martedì 31 maggio 2011

RACCONTI CALEDONIANI

L'isola magica, questa Nuova Caledonia tutta verde e collinosa, mi ha riservato una sorpresa, ma una sorpresa che ha le radici in un tempo lontano e per spiegarla ho bisogno di raccontare delle storie. Storie di persone che hanno attraversato l'oceano, non comodamente sedute in un aereo come ho fatto io, no, ma a bordo di un "bastimento" perché in quell'epoca si viaggiava così. Ed è la storia di un colono francese, arrivato sul "caillou", sul sasso, sull'isola con la speranza di fare fortuna, a cui era stata assegnata una terra nell'estremo nord dell'isola, a Kone, una località che non sono ancora riuscita a visitare, a 436 km da Noumea... Oggi, per percorrere tutta la strada nelle condizioni in cui la si trova, sono necessarie molte più ore che in Europa, naturalmente, immaginiamoci quando si passava su una pista in terra battuta soffocata dalla vegetazione lussureggiante! E il nostro francese si è trovato in questo angolo di mondo per tentare di fare fortuna. Come era usanza in quei tempi, il capo della tribù, che si chiamava Amabilì aveva accolto lo straniero con doni di benvenuto, e per farlo sentire a casa propria gli aveva dato una sorella come moglie. In punto di morte il francese che viveva nella sua grande casa colonica con la famiglia, una piccola banda di figli e servitori Kanak ha riconosciuto, con un atto ufficiale davanti ad un giudice i suoi figli legittimi, anche se sotto lo stesso tetto ne crescevano altri che la moglie aveva avuto dalla tribù in precedenza. E questo atto ufficiale è quello che mi ha mostrato la proprietaria dell'edificio dove sono alloggiata, un'allegra signora ottantenne, molto energica, con un carattere tanto particolare, forse proprio a causa di questo miscuglio di sangue che scorre nelle sue vene: il sangue Kanak.
Le tribù del nord, globalmente nell'isola, sono le più importanti, ed anche oggi, mi ha raccontato, viene invitata in tutte le cerimonie ed occasioni ufficiali, in virtù di questa discendenza, e le persone di etnia Kanak di maggiore importanza di non importa quale tribu' si rivolgono a lei con estremo rispetto. La sua vita è stata al nord fino ad una certa età, dove insieme alla madre aveva un allevamento di mucche delle quali le due donne si occupavano personalmente, suo padre era mancato quando lei, unica figlia, aveva appena 13 anni, ed era cresciuta, bambina, allevata da una domestica Kanak. Anche qui c'è una storia da raccontare, la povera balia, che si chiamava Pay, era un po' folle, sicuramente selvaggia ma di indole buona e pulita e la madre della mia padrona di casa aveva apprezzato più i pregi che i difetti, prendendola per fare crescere la sua unica figlia, gracile e malaticcia, che alla nascita pesava poco più di un kg e non doveva piangere per non affaticarsi: poteva esserle fatale. La brava Pay si era attaccata enormemente alla bambina, a quel piccolo esserino bianco tanto da passare l'intera notte in veranda a cullarla, cantando le canzoni nella sua lingua che l'anziana signora ancora oggi ricorda con tenerezza, occupandosi di lei meglio di come possa fare una vera madre. E ancora oggi l'anziana prova un profondo affetto verso quella selvaggia che l'ha cresciuta, attaccandosi a lei morbosamente, mi ha confessato che si ricorda di suo padre, sì, ma la cara Pay, quando passa davanti a dove è sepolta, per lei prova un altro sentimento. E la Kanak le ha insegnato a vivere da Kanak, i cibi, le tradizioni, lo spirito locale, ma non quello moderno contaminato dall'odio razziale che trovo oggi sul mio cammino, no, quello puro, di equilibrio ed armonia con la natura.
Quando si è sposata, la signora, prima di uscire in abito da sposa, ha fatto chiamare Pay perché la vedesse, per condividere la gioia di quel giorno con lei, tanto più che non apprezzava il futuro marito, militare dell'aviazione francese: "E' capace di fare crescere l'igname?" Chiedeva la selvaggia, preoccupata della vita che avrebbe fatto la sua padroncina, con quello spilungone dalla pelle così chiara. E la coppia, che il prossimo febbraio, qualche giorno dopo il mio rientro in Italia festeggerà 60 anni di matrimonio, ha avuto un bel percorso di vita e ancora oggi è un vero piacere vedere l'amore che hanno l'uno per l'altra.
Ma la buona Pay, che non riusciva a dormire dentro casa, ma si accovacciava sul tavolo della veranda con la scusa che: "Pay puzza", diceva di se stessa, come all'epoca si diceva dei Kanak, non perché non si lavasse, no, lo faceva ogni giorno nelle acque del fiume, è il diverso odore fra la pelle bianca e quella colorata che fa dire agli uni che gli altri puzzino ed ai più scuri che noi chiari odoriamo di morte..
La buona Pay, dicevo, come la padroncina era diventata adolescente e si dedicava a strane occupazioni come giocare a tennis, che non riusciva a capire e tanto meno ad appezzare, la seguiva come un'ombra, nascondendosi nella boscaglia, e controllava ogni sua azione; da quando quel giovane militare francese, così chiaro e con quegli occhi azzurri la frequentava, si inquietava molto e temeva per lei. Ma la padroncina, che aveva amore sia per il bel Jan, sia per la sua balia, era riuscita piano piano a rassicurarla, tant'è che poco prima del matrimonio Pay si è avvicinata al francese e facendogli una carezza sul volto gli ha detto: "Baramua!" "Pace!", dichiarando così la fine delle ostilità da sua parte.
E il succo di tutto questo è che io, arrivata sull'isola per conoscere i Kanak, pensavo di alloggiare in una famiglia di questa etnia per meglio comprenderne le tradizioni, mi sono trovata come per magia in questa stanza in centro città di una comodità estrema, rimpiangendo un po' il mio progetto iniziale, e questo fino a ieri sera, fino a quando non ho capito che la magia dell'isola ha fatto sì che io sia nel cuore di una famiglia originaria della più potente tribù del nord!
E non è meraviglioso tutto questo?

Yvette

Jean

la loro attuale domestica, scrivero' presto anche su di lei!

2 commenti:

  1. I racconti antichi hanno un fascino remoto che ci risucchia nella nostra infanzia. Credo che abbia a che fare con la terra, almeno per quanto mi riguarda è così. Mi hai ricordato le storie che sentivo quando ero piccola e la colona di mia nonna (una donna vestita di nero con ai piedi due scarpe sinistre da uomo e i calzettoni grigi, una benda su un occhio che aveva perso per una spina di fico d'india) mi faceva camminare sul viale con la sua mano rugosa sui miei occhi per proteggere la mia vista, perchè non mi accadesse ciò che era successo a lei. Poi c'era Rosaria che era stata prelevata dalla campagna da mio nonno, levata alla sua famiglia perchè era un po' ritardata e loro la facevano vivere assieme alle pecore. Nonno la portò a casa ( ricordo che lei pur sapendo camminare in posizione eretta saliva le scale a 4 zampe)e diventò la loro donna di servizio, non so a quanti anni sia morta, perchè lei stessa non conosceva la sua età, ma è morta di vecchiaia da noi. Aveva i capelli lunghissimi raccolti in due trecce sottili arrotolati a crocchia e non voleva che noi la vedessimo con i capelli sciolti. Per la verità un po' stupida era ma lei non ha mai avuto desiderio di rivedere i suoi parenti. Anche lei dormiva in soffitta, solo quando è diventata molto vecchia siamo riusciti a farla dormire a casa. Ora riposa nella tomba di famiglia.
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    Domanda perchè i kanaki sono cosiderati pericolosi.

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  2. Risposta: come gli indiani d'America si ubriacano e fanno uscire l'odio profondo che hanno (a ragione) verso i bianchi. E non importa chi sia loro davanti!

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